17/05/2010 ore 18.00, c/o Left – via Schioppettieri 8 Palermo
Incontro organizzativo SEL Palermo
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/territori/incontro-organizzativo-sel-palermo
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mag 17 2010
17/05/2010 ore 18.00, c/o Left – via Schioppettieri 8 Palermo
Incontro organizzativo SEL Palermo
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/territori/incontro-organizzativo-sel-palermo
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mag 17 2010
22/05/2010 ore 17.00, Crotone c/o sede SEL
Incontriamoci, sogniamo, progettiamo il nostro futuro
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/territori/incontro-pubblico-di-sel-a-crotone
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mag 17 2010
La definizione dei termini, cultura, politica, comunicazione, consente di ridurre almeno parzialmente i malintesi.
Cultura. Quell’insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza.
Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura a livello sia individuale che collettivo. Per questo possiamo parlare di identità processuali, mobili, mai fisse e date una volta per tutte.
Multiple perché attraversate da produzioni discorsive elaborate dentro campi sociali che chiudono solo momentaneamente l’esperienza in una definizione parziale del sé.
Inoltre i confini tra culture non sono definiti ma sempre con-fusi, in movimento, la storia delle migrazioni ci aiuta a capire perchè. La ridefinizione dei confini tra le etnie ha dato notevole impulso ad una ridefinizione del concetto di cultura come entità processuale e storica, confini che sono stati definitivamente resi permeabili nella seconda metà del Novecento dalle reti della comunicazione globalizzata.
Il villaggio globale, locuzione usata più volte da Marshall McLuhan, descrive bene la potenza del mezzo nella determinazione dell’immaginario individuale e collettivo. Il mezzo tecnologico produce di fatto effetti sui mondi della vita quotidiana, e indipendentemente dai contenuti e dalle informazioni che veicola.
Ma la comunicazione non è una invenzione della modernità, è peculiarità dell’essere umano. La comunicazione simbolica, la cultura, sono i suoi ingredienti più rilevanti.
Politica. O meglio, le politiche: attivazione di processi che consentono, o dovrebbero consentire, di dare risposte a problemi di rilevanza collettiva.
Ma le politiche, la comunicazione, di fatto sono parte della cultura.
Allora quando dico comunicazione e politica posso meglio dire: cultura della politica comunicazionale, se intendo per esempio fare riferimento alle modalità nuove e vecchie di costruire messaggi della politica. Perché da sempre papi e regnanti, politici e politicanti hanno fatto uso dei media. L’effige del re sulla moneta, per citare un esempio, era potere circolante, raccontato e divulgato da uno degli strumenti più efficaci e devastanti del potere stesso.
Ma dire politica comunicazionale mette anche bene in evidenza l’intreccio tra i due termini, tra due elementi, è impossibile prescindere dalla comunicazione in ogni caso. E la digitalizzazione ha moltiplicato e dilatato possibilità. Fotocamere e videocamere digitali, video ed elaborazioni grafiche nei social-network stanno alimentando nuove e imprevedibili sensibilità politiche, nei giovani soprattutto.
Nichi Vendola ha raccolto e rilanciato la sfida. E ha ribaltato del tutto a mio avviso la politica comunicazionale nell’era della digitalizzazione dei contenuti, ha inventato un linguaggio che non parla di potere per il potere, neanche parla alle masse, ma al soggetto nella sua peculiarità e specificità.
Il suo potere è un “io posso”, non è conquista di spazi di potere, ma la creazione di spazi di civiltà, di politiche generative di altro futuro, elaborazione di linguaggi inediti.
La competenza comunicativa di Nichi Vendola è del tutto altra, ribalta quella verticalità che suo malgrado apriva e dilatava le distanze dai vertici alla base.
La parola si fa corpo individuale e molteplice, si fa parola che penetra ogni vissuto, coniugata come singolare e plurale.
Inaugura nella politica una categoria fino ad ora alla politica sconosciuta, il riconoscimento del valore simbolico della parola nel senso suo proprio, del ri-conoscersi nella parola. Ognuno nella sua specificità e differenza, unicità, molteplicità, singletudine.
Inaugura il riconoscimento delle moltitudini del tutto singolari che avanzano, delle molte voci che prendono parte, e di diritto, fuori dalle stanze dei partiti a volte asfittici, alla costruzione delle politiche attive, di spazi in cui l’agente del cambiamento è il soggetto e l’oggetto delle politiche.
La politica comunicazionale di Silvio Berlusconi viaggia invece sulla parola top-down, è parola verticale, dal centro alle periferie, dal centro del potere, è parola centralizzata., generalizzata.
Ha avuto buon gioco dagli anni ‘80 in poi con l’avvento dellE tv commerciali, perché ha inventato una cultura, nutrendo ogni millimentro del nostro corpo-mente.
La cultura dei bisogni indotti come parte sostanziale e omologante, della mercificazione di corpi, identità, emozioni, passioni anche, che è diventata parte integrante della sua politica comunicazionale. Ha alimentato le nostre rappresentazioni mentali,gli schemi di riferimento che infoRmano il nostro quotidiano, che nutrono l’immaginario individuale e collettivo.
Ed è per questo che vince, ci ha costruiti in trenta anni a sua immagine e somiglianza, è entrato nelle nostre viscere.
Ha rimosso dal lessico familiare termini come solidarietà, condivisione. La comunicazione è ora potere verticale della parola, non più ” mettere in comune”, condivisione della parola stessa. Dire oggi solidarietà piuttosto che competizione ha il sapore delle cose vecchie, sembra una retorica stanca, inutile, minestra riscaldata, anche ai tavoli della sinistra, anche in SEL, che rischia di diventare se non diamo una sterzata, non distinguibile dalle destre, un osso di seppia, appunto, dice Nichi.
L’alternativa alle tv commerciali che possiamo valorizzare (per via dei costi proibitivi di gestione che le tv comportano) è senz’altro la rete, la comunicazione digitalizzata.
Obama e Vendola sono l’esempio ormai più eclatante della rivoluzione in atto nella cultura della politica comunicazionale, la rivoluzione digitale, appunto, capillare, pervavisa, includente, soprattutto democratica, se pensiamo alla loro differenza (peer to peer), che ci fa consumatori e produttori di cultura/e.
Anna Maria Di Miscio
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/per-una-nuova-cultura-della-politica-comunicazionale
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mag 17 2010
Martedì 18 maggio Assemblee di Ateneo in tutta Italia contro il DDL Gelmini con occupazioni simboliche dei Rettorati
Mercoledì 19 maggio – dalle ore 10,30 in poi davanti al Senato Manifestazione sit-in nazionale
L’articolo 9 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.” Non solo la carta costituzionale si occupa di ricerca ma la colloca fra i principi fondamentali, nel primo blocco di 12 articoli.
La cultura e la ricerca scientifica sono considerati diritti fondamentali, ma come si possono garantire questi beni primari senza opportuni investimenti? L’Italia è l’unico paese in Europa che ha diminuito progressivamente i finanziamenti pubblici.
Ad esempio, il solo FFO ha perso l’11% dal 2001 a oggi. Per confronto, nei prossimi 5 anni, il governo di centro-destra della Merkel ha stanziato 7,7 miliardi di euro aggiuntivi per le università e 14,6 miliardi per lo sviluppo dell’alta tecnologia nei settori strategici: energia, clima, salute e sicurezza.
Le finanziarie del Governo hanno tagliato risorse economiche nei settori della Scuola, della Università e della Ricerca, fino al punto di negare, nei fatti, questi diritti: in tre anni Sono stati sottratti almeno 10 miliardi di euro. Anche il recente DDL sull’Università, dietro la pretesa razionalizzazione, sancisce ulteriori tagli di bilancio per gli Atenei, ormai a rischio di sopravvivenza.
Su questi temi l’azione dell’opposizione deve essere radicale e a tutto campo.
Per questo aderiamo alla Settimana di mobilitazione, dal 17 al 22 Maggio, e siamo al fianco dei lavoratori della conoscenza che si battono per un’Università pubblica, autonoma, di qualità, aperta a tutti.
E’ una battaglia di democrazia per garantire un diritto sancito dalla Costituzione.
Sinistra Ecologia Libertà (SEL)
Forum dei SAPERI
13 Maggio 2010
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/scuola-universita-e-ricerca-in-italia
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mag 17 2010
I notiziari notturni di giovedì riportavano la notizia che lo stato dell’Arizona ha votato una legge liberticida che consente alla polizia di arrestare qualsiasi persona sprovvista di documenti e all’autorità di detenerla anche in assenza di reati. La legge mira a colpire indiscriminatamente l’immigrazione clandestina e come tutte queste leggi è indifferente alle condizioni e alle sofferenze degli esseri umani reali che si tratti di maschi adulti, donne, vecchi o bambini. La notizia del varo di questa legge è compendiata da un dato inquietante: secondo una delle agenzie di rilevamento demoscopico più qualificate il 70% dei cittadini statunitensi sarebbero d’accordo con questa legge. È sconcertante pensare che il clima di rinnovamento democratico che ha portato alla vittoria di Obama sia già pesantemente mutato.
Il melting pot, il Grande Paese formato da immigranti che ha eletto un presidente meticcio, mezzo africano è già ricaduto nel gorgo dell’intolleranza, dell’ostilità verso il povero e disperato che sogna un futuro migliore. Non c’è dunque da stupirsi se in Italia abbia popolarità il governo che si vanta del sedicente accordo con la Libia che coniugato con i respingimenti impedisce ai clandestini di raggiungere le nostre coste condannandoli a un crudele destino di violenze, segregazioni, stupri, torture, morte per fame e sete. Lo abbiamo sentito raccontare da Laura Boldrini, rappresentante dell’ Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati nel Tg3 della notte condotto da Bianca Berlinguer, abbiamo visto sui nostri teleschermi l’agonia per sete di poveri esseri umani per la sola colpa di essere clandestini nei drammatici filmini del coraggioso giornalista Fabrizio Gatti. Sappiano coloro che in ogni angolo del pianeta approvano le leggi della vergogna, anche se solo per paura o viltà, che sono complici del crimine di strage.
Moni Ovadia
Pubblicato su l’unità
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/complici-di-strage
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mag 17 2010
La lettera inviata da intellettuali e scienziati al segretario del PD mette in luce la subalternità di una sinistra che è incapace a mettere in campo un’elaborazione autonoma. Si dice nella lettera che il nucleare non è né di destra né di sinistra. Ci mancherebbe altro! Il problema non sono le tecnologie, ma il loro uso al servizio di una proposta di cambiamento della società che è assente in tutta la lettera. Colpisce che intellettuali “impegnati” non colgano il nesso fra scelte energetiche e modello di società.
Tornerò su questo aspetto ma prima voglio ribattere alcune affermazioni che sembrano neutre ma sono il “mantra” di chi sostiene che il ritorno al nucleare sia inevitabile.
Prima affermazione: il nucleare libera dalla dipendenza dal petrolio.
Prendiamo il caso della Francia, paese leader nel mondo per tecnologia nucleare. Quasi 80% dell’energia elettrica utilizzata è prodotta da fonte nucleare, eppure la Francia è al 6° posto per importazioni di petrolio ed importa più greggio dell’Italia, che non ha centrali atomiche. La convinzione che il nucleare ci libera dal petrolio è dunque oggettivamente falsa e la ragione è ovvia: uranio e petrolio servono comparti diversi. Con il nucleare si produce energia elettrica ma l’agricoltura, i trasporti sono quasi interamente dipendente dai combustibili fossili.
Seconda affermazione: l’Italia è troppo dipendente dall’estero e la nostra sicurezza energetica è a rischio.
Vale la pena menzionare che l’Italia dovrebbe acquistare il combustibile nucleare, l’uranio, dall’estero esattamente come accade con altri combustibili. In più c’è il problema della scarsità di uranio nel mondo. Paesi come Germania, Francia e Repubblica Ceca, hanno esaurito le loro scorte. L’uranio effettivamente disponibile potrebbe durare al massimo per i prossimi 40 anni, se il tasso di consumo rimane costante. Siamo perciò vicini al picco dell’uranio così come sta accadendo per il petrolio. Se il numero di reattori in esercizio dovesse aumentare, non ci sarebbe alcuna garanzia per i rifornimenti di uranio, ne per il suo prezzo. Si rischia di realizzare impianti per lasciarli sottoutilizzati o addirittura spenti. Naturalmente questi aspetti sono noti ma, per gli addetti ai lavori, costruire centrali atomiche è un “business” che prescinde dalla loro utilità economica e ambientale.
Terza affermazione: Per abbattere il CO2 bisogna far ricorso al nucleare.
Va ricordato che l’attività mineraria ha un forte impatto ambientale. L’intero ciclo di preparazione dell’uranio è particolarmente energivoro. Molti impianti di arricchimento sono alimentati da centrali a carbone e, dunque, contribuiscono massicciamente all’emissione di CO2. La stessa attività di costruzione dei reattori e il loro “decommissioning” finale richiede grandi quantità di cemento, la cui produzione è notoriamente inquinante e produttrice di gas serra. Affermare che l’energia nucleare è amica del clima è dunque oggettivamente una falsità.
La tecnologia nucleare è figlia della guerra fredda e di una società chiusa che mantiene la separazione tra luogo di produzione e quello di consumo. Si tratta di investimenti di grandi dimensioni, “capital-intensive”, che vengono concentrati soprattutto sulla costruzione dell’impianto – la mega-centrale – ma hanno scarse ricadute sul suo funzionamento.
Oggi le tecnologie più moderne utilizzano energie diffuse sul territorio che permettono di ricomporre la frattura tra produttore e consumatore, creando una rete di attività diffuse a livello locale. Le energie rinnovabili sono “labour-intensive”, creano posti di lavoro qualificati e producono ricchezza sul territorio.
L’energia è sempre stato il motore delle nostre società, ne ha plasmato la struttura, i rapporti umani: in una parola la civiltà. Le decisioni sul futuro energetico del nostro paese non possono essere lasciate in mano a piccole minoranze, siano esse petrolieri o ingegneri nucleari. Devono essere decisioni condivise, discusse democraticamente e non prese sotto la spinta di una crisi energetica ed ambientale.
Le società del futuro vivranno grazie alle energie rinnovabili che sono inesauribili, diffuse e non possono essere monopolizzate. Ma il processo di transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili non sarà né breve né semplice. Il compito della politica è quello di guardare all’interesse della collettività e di investire sulla ricerca e sulle tecnologie che possono rendere più veloce e meno traumatica questa transizione.
Come disse Albert Einstein: “I problemi non possono essere risolti usando gli stessi schemi mentali che li hanno generati.”
Umberto Guidoni
Pubblicato anche su l’Unità
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/quante-bugie-sul-nucleare-anche-da-sinistra
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mag 17 2010
In Germania la SPD si è astenuta nel voto sui provvedimenti per la Grecia, mentre la Linke ha votato contro e i Grunen, i Verdi, invece a favore. In Italia il PD e l’IDV hanno votato a favore.
Sarebbe interessante riflettere su come avrebbe votato SEL se fosse stata presente in Parlamento. La scelta non è semplice perché la contraddizione è nelle cose.
I provvedimenti di Bruxelles sono stati accolti con favore dalla maggioranza dell’opinione pubblica, cosa che ormai capita raramente, come segno dell’esistenza di un’Europa cui ci si affida a fronte della crisi.
Fatto non da poco, considerando tra l’altro il valore strategico dell’opzione europea. Ma sono gli stessi per le cui conseguenze in Grecia si è determinata una sorta di rivolta popolare.
Si potrà dire che le scelte dei tagli in Grecia non erano conseguenza obbligata della politica di rigore imposta da Bruxelles. Ma le prime scelte che vanno facendo anche Spagna e Portogallo, con i tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici, fa pensare che proprio così non sia. E ciò fa essere molto preoccupati per l’Italia dove il nuovo Tremonti divenuto fedele interprete delle Banche europea e tedesca ha già preannunciata l’entità della manovra di aggiustamento in 25 miliardi di euro.
La realtà è che nella famosa notte di Bruxelles si sono fatte scelte pesanti e che tendono ad apparire obbligate, quasi tecniche. Innanzitutto si sono praticamente fatte le finanziarie di un bel po’ di Paesi, almeno 4. Ma poi si è rimesso al centro, addirittura in forme più aggressive (chi conosce Bruxelles sa che nella sua cassetta degli attrezzi ci sono gli indici demografici per innalzare automaticamente l’età pensionabile o quelli per colpire la rigidità del mercato del lavoro ), il vecchio Patto di stabilità.
Qualcuno ebbe a definirlo stupido. Ma la realtà è che esso, come asse portante delle politiche monetaristiche, rimane il cuore politico della costruzione europea. Con buona pace di chi continua a richiedere, giustamente, che l’Europa si doti di una politica economica e di una politica tout court, per l’intanto questa politica da più di un decennio è rappresentata da Maastricht.
Con Maastricht si è messa in campo una sorta di tecnicizzazione delle scelte economiche che non a caso è sorretta da un modello istituzionale a democrazia ridotta, con scelte fortemente concentrate su gli esecutivi e le tecnocrazie.
Per molti è un’Europa debole ma anche i fatti recenti confermano che è un’Europa che c’è. Sarebbe bene che d’ora in poi chi, ripeto giustamente, chiede una Europa politica provi a fare qualcosa di più efficace per realizzarla, magari cominciando ad avanzare qualche proposta alternativa al quadro di Maastricht. Cosa che manca del tutto e che motiva non poco la crisi delle sinistre in tutta Europa.
A me pare incredibile che si riproponga tutta intera la linea di Maastricht all’indomani della presa d’atto del fallimento della strategia sociale che l’Europa si era data per “accompagnare“ il rigore monetario, e cioè la strategia di Lisbona. Solo due mesi fa, ma nessuno o quasi ne ha scritto o discusso, il consuntivo dei 10 anni di Lisbona, 2000-2010, ci ha consegnato il dato che l’obiettivo di portare il tasso di occupazione medio nella UE al 70% è stato mancato di netto. E che anzi nella crisi sono saltati moltissimi posti di lavoro perché erano precari. Il che ci dovrebbe pensare che le opzioni a cui è stata affidata la costruzione della occupazione e cioè il rigore monetario per “liberare risorse“, le liberalizzazioni e la flessibilità del mercato del lavoro, non si sono dimostrate valide.
Ancora di più, non c’è stata nemmeno la crescita economica a cui si è affidata la soluzione dei problemi, a partire dalla occupazione, e a cui si è sacrificata una parte significativa del modello europeo. E già, il modello europeo. Quello fatto di sicurezza del lavoro e di welfare e che potrebbe ispirare una presenza forte ed originale dell’Europa nella globlizzazione e che invece viene sempre più destrutturato.
A leggere il Financial Times di questi giorni probabilmente è proprio questo modello ad essere nel mirino di una speculazione finanziaria che forse è un po’ più politica di quello che vogliono far credere. Quel modello per cui, scrive l’autorevole giornale economico, l’Europa si ostina a non accettare di lavorare come si fa in Cina.
A guardare al nuovo tonfo delle borse dopo l’euforia dei provvedimenti di Bruxelles c’è da porre la domanda se la strada intrapresa sia all’altezza della sfida reale. Se le sinistre non propongono una propria via di uscita dalla crisi come pensano di ritrovare una propria collocazione? Prendiamo l’Italia.
Se non si mette in campo una diversa opzione come si fronteggia Tremonti? Il rischio di una grande ammucchiata di “ salvezza europea “ io lo vedo tutto. Come vedo la difficoltà per questo Paese di passare per come è nella stretta della crisi. Siamo molto più forti della Grecia ma con molti indicatori simili. Tasso di occupazione bassissimo, il nostro, peggiore del greco. Pil sommerso addirittura al 40%. Debito imponente. Stato sociale debole. Livelli salariali bassi. A me pare che il compromesso sociale italiano non regga più da tutti i punti di vista, a partire da quello fiscale.
Ma non vedo niente di buono se intendiamo per buono l’affrontare gli elementi di ingiustizia strutturale che colpiscono i ceti sociali deboli. Anzi mi pare che il contesto rischi di andare ancora una volta in direzione opposta e da più versanti. Da quello delle condizioni lavorative dove l’assalto alla struttura contrattuale è ormai un vero assedio. A quello del Welfare dove la condizione degli enti locali e delle autonomie su cui è traslato il Patto di stabilità stringe verso tagli sistematici.
Se non mettiamo in campo una alternativa il rischio di una vittoria totale della Lega e cioè di un sostanziale smantellamento di qualsiasi assetto solidale è molto concreto. Ma per farlo occorre risalire una china antica, una sorta di pensiero unico monetaristico che ha avvelenato le sinistre europee e quella italiana. Alimentato (volutamente) anche dalle borghesie progressiste.
Mi ha colpito un compagno che per parlare degli “sprechi greci“ riprendeva una notizia enfatizzata da Repubblica sulle “pensioni alle zitelle”; espressione anche un po’ maschilista per dire di un vitalizio dato a donne nubili figlie o sorelle di dipendenti pubblici. Naturalmente non va bene ma sarebbe meglio ricordare che la Grecia, e l’Italia, sono gli unici due Paesi a non avere sostegno reale ai disoccupati; e che in tutta Europa si sostengono le politiche di genere a partire dalle donne sole.
La solfa è sempre la stessa, tagliare gli sprechi per poi riformare equamente. Ma dopo 25 anni di tagli la crisi è più grave, l’equità non si vede e i privilegi rimangono come dimostra il caso delle case dei potenti. Su cui è bene che si concentri attenzione e indignazione ma senza dimenticare il resto e cioè ciò che è in ballo con la crisi.
Una opposizione che attacca le immoralità ma poi subisce e approva i tagli non sarebbe buona cosa. Si rovesci l’ordine dei fattori.
Una politica europea di nuovo sviluppo qualificato che leghi politiche ambientali ed occupazione come del resto è già scritto nella strategia del dopo Lisbona e confermato negli studi della stessa Commissione che parlano di un saldo attivo di 1,4 milioni di posti di lavoro grazie alla attuazione del pacchetto clima, al posto del monetarismo.
Una lotta vera alla speculazione a partire da una tassa Tobin e da una europeizzazione dei prelievi e dei controlli sulle evasioni e sulle elusioni. Due misure europee ma che possono ispirare anche una politica alternativa per l’Italia. Per finire: se io fossi stato in Parlamento avrei votato contro i “provvedimenti per la Grecia“ e lo avrei fatto da europeista quale sono.
Roberto Musacchio
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/misure-ue-per-la-grecia-io-avrei-votato-contro
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mag 17 2010
Al Paese non fanno male le fiction sulla mafia ma le fiction inventate dagli indagati di mafia. A leggere la lunga, accorata intervista rilasciata ieri dal governatore siciliano Raffaele Lombardo a Repubblica apprendiamo che le tremila pagine di atti istruttori, testimonianze e intercettazioni che lo accusano sono solo un attacco politico che taluni magistrati della Procura di Catania, sotto istigazione diretta di Silvio Berlusconi, stanno lanciando contro Lombardo per costringerlo alle dimissioni.
Apprendiamo poi – che questo attacco mediatico e giudiziario è solo la “fase due” di una trama più avvincente che prevede anche una “fase tre”: l’eliminazione fisica del governatore (ad opera ci chi: Berlusconi? La procura? I comunisti? La Spectre?). Apprendiamo che il pestaggio subito e mai denunziato dal fratello Angelo, parlamentare della Repubblica, in realtà era solo una crisi ipertensiva. Infine leggiamo che il governo di Raffaele Lombardo ha assestato “un colpo durissimo al sistema affaristico mafioso” in Sicilia. Parola di Raffaele Lombardo medesimo. E guai a dubitarne.
Sul palcoscenico siciliano si recita ogni giorno a soggetto. C’è un Procuratore della Repubblica che invece di spiegare a sei milioni di siciliani se il loro presidente sia o meno amico dei mafiosi, continua da tre mesi a trastullarsi con secche smentite. Non smentisce le accuse, non smentisce i fatti, non smentisce le ipotesi di reato: smentisce i giornalisti che di questo parlano sui loro giornali. In questo, solo in questo, Lombardo ha ragione: la sua condizione di presunto imputato, presunto colluso, presunto arrestato è insostenibile, per lui e per l’istituzione che rappresenta. La procura ha a sua disposizione i fatti e gli atti: che decida cosa dire e cosa fare, senza lasciare che questa indagine continui a nutrirsi di attese, di presunzioni, di funambolismi.
Se si ritiene davvero che il governatore sia stato vicino a Cosa Nostra, lo si dica subito affinché i siciliani possano decidere del loro destino tornando immediatamente al voto. Se così non è, si restituisca l’onore al governo regionale. Purché non si continui a smentire l’aria fritta, come fa il capo della procura di Catania D’Agata da troppi mesi. Se poi da parte sua non ci fossero condizioni di serenità e di imparzialità di giudizio, lo dica e si faccia da parte (come fece già una volta al momento di controfirmare, da procuratore aggiunto, l’ordine di arresto per mafia nei confronti dei figli del cavaliere Costanzo: D’Agata non firmò e lasciò la rogna ai suoi colleghi).
Per farla breve, la verità su questa vicenda non può essere regalata al gusto per le fiction da guerre stellari del governatore Lombardo né ai religiosissimi pudori della pubblica accusa e nemmeno ai silenzi con cui il Partito Democratico segue la vicenda come se fosse capitato lì per caso. Dimenticando che se Lombardo è ancora in carica, dipende dal voto dei deputati regionali del PD che gli hanno approvato il bilancio due settimane fa.
Ps Lumia: c’è un ultimo impedibile passaggio nell’intervista di Lombardo: pronto a dimettersi, dice lui, se si dimostrerà che ha consapevolmente favorito la mafia. Stesso concettino ripreso anche dal suo sponsor Beppe Lumia su queste stesse pagine: “Se Lombardo ha avuto rapporti consapevoli con Cosa Nostra si deve dimettere”. Cosa vuol dire, di grazia, rapporti consapevoli? Sono rapporti non protetti? O vuol dire che ci sono pure quelli che Cosa Nostra la aiutano inconsapevolmente? E come fa un leader politico a rendere un servigio a Cosa Nostra “inconsapevolmente”? Perché offuscato dall’alcool? Perché convinto di aver di fronte ambasciatori dell’Unicef e non capibastone mafiosi? Succedeva a Catania qualche anno fa, quando Nitto Santapaola era per tanti un onesto commerciante di angurie e non un capocosca: finché interrogarono un deputato che era stato fotografato abbracciato a don Nitto, e l’infelice si difese dicendo, appunto, che non era consapevole: “eccellenza – spiegò in tribunale – lei non ci crederà, ma il signor Santapaola mi pareva una così brava persona…”.
Se le amicizie torbide, gli affari loschi, le frequentazioni pericolose in politica dovessero pagarsi solo quando vi sia consapevolezza, perché prendersela con Silvio Berlusconi che s’era messo in casa un capomafia? Per lui, Vincenzo Mangano era solo uno stalliere, no?
Claudio Fava
Pubblicato anche su l’unità
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/lombardo-e-i-rapporti-consapevoli
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mag 17 2010
Sinistra Ecologia Libertà, come già scritto, aderisce alla marcia della pace Perugia-Assisi di domenica 16 maggio. Per quanto riguarda la partenza saremo in compagnia di Nichi Vendola, portavoce nazionale di SEL.
L’appuntamento è alle ore 8 all’incrocio dell’arco di via san Girolamo, sotto il semaforo dalla parte di via San Domenico
I riferimenti sono il portavoce regionale Gigi Bori 3293811817 ed il portavoce provinciale Fabio Faina 3357214506.
Ecco il testo dell’adesione di SEL:
Sinistra Ecologia Libertà aderisce alla Marcia Perugia Assisi e riafferma il proprio impegno per la costruzione della pace e della giustizia tra i popoli. Proprio perché pensiamo che la pace non sia una declamazione di principio ma un progetto politico, crediamo sia importante sottolineare alcune problematiche di grande attualità a livello internazionale.
In un mondo oggi attraversato da conflitti decennali, quali quello in Medio Oriente, o da una guerra devastante come in Afghanistan, l’opzione della pace non può non essere al centro delle iniziative e delle priorità di chi ha a cuore la pace. La recente vicenda che ha visto coinvolti operatori italiani ed afghani di Emergency dimostra che in quel paese ogni testimone è di troppo, e che senza verità quel popolo non potrà mai avere né pace né giustizia.
Sinistra Ecologia Libertà ritiene importante impegnarsi per il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, come segnale di rottura per aprire una prospettiva diversa per la soluzione del conflitto, che veda un protagonismo nuovo delle Nazioni Unite, e la fuoriuscita della NATO dal quel teatro di guerra.
A tal fine SEL chiede che il governo italiano, contestualmente al disimpegno militare del nostro Paese, avvii una forte iniziativa diplomatica al fine di giungere ad una soluzione negoziata del conflitto, ed al rafforzamento della presenza civile e disarmata nel paese.
Non si può poi tacere sul dramma che continua ad affliggere il popolo palestinese, un dramma ormai relegato solo all’emergenza umanitaria. Crediamo sia invece essenziale rilanciare un’iniziativa a tutto campo volta a rimettere al centro i diritti e la dignità del popolo palestinese, riattivando canali di mediazione propri della diplomazia internazionale, anche sulla scia delle iniziative dell’Amministrazione Obama che hanno riacceso i riflettori sul conflitto e sulle responsabilità del governo israeliano. Altrettanto importante è la costante iniziativa dal basso. Accanto a ciò la comunità internazionale si dovrà adoperare per dare pronta applicazione delle raccomandazioni del Rapporto Goldstone e delle 5 risoluzioni del Consiglio ONU sui Diritti Umani.
Crediamo che oggi le prospettive di disarmo nucleare siano maggiori che in passato e per questo chiediamo che l’Italia faccia la propria parte, chiedendo lo smantellamento immediato delle testate nucleari tattiche americane ancora presenti sul territorio nazionale, e sostenendo a livello internazionale la Convenzione internazionale su disarmo nucleare, oltre alla creazione di una zona libera da armi nucleari in tutto il Medio Oriente, Israele ed Iran inclusi.
Mentre miliardi di dollari vengono spesi per le armi (l’Italia oggi vede la sua spesa militare e le sue esportazioni di armi crescere a livelli record), o per il salvataggio di banche ed istituti finanziari che con le loro attività speculative hanno contribuito alla grave crisi finanziaria attuale, i fondi destinati alla cooperazione sono ad un minimo storico.
La riduzione delle spese militari assieme ad un ripensamento della cooperazione, dei suoi strumenti, e del ruolo dei soggetti pubblici e privati, crediamo siano altri imperativi imprescindibili, assieme alla costruzione di soluzioni giuste ed eque al problema del debito internazionale e del debito ecologico.
Da Cochabamba i movimenti sociali chiedono giustizia climatica, ed il riconoscimento dei diritti della Madre terra. Crediamo che questo appello non possa rimanere inascoltato, e siamo certi che attraverso il riconoscimento del debito ecologico e climatico da parte dei paesi ricchi del mondo si possa anche costruire una politica di prevenzione nonviolenta dei conflitti, oltre che sostenere una riconversione del modello di sviluppo.
Con queste proposte e queste intenzioni SEL aderisce alla Marcia Perugia Assisi, e riafferma il suo impegno a lavorare assieme a tutti i movimenti pacifisti e per un “altro mondo possibile” per costruire la pace, attraverso la giustizia sociale, economica ed ambientale.
Il Forum politiche internazionali di Sinistra Ecologia Libertà
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/sel-e-nichi-alla-marcia-perugia-assisi-le-info
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mag 17 2010
Esponenti del centrodestra fanno le Cassandra sullo stabilimento Basell di Brindisi e non si accorgono che il settore della chimica in Italia è in difficoltà perché anzitutto l’industria chimica italiana fa un passo indietro. Glielo ricordano persino oggi sul Corriere della Sera i cassintegrati sardi della Vinyls di Porto Torres che da febbraio hanno occupato l’ex carcere di massima sicurezza dell’Asinara, proprio per attirare l’attenzione sulla crisi del comparto chimico. Sono questi operai che proprio oggi, mentre la Pdl commenta il mio sostegno ai lavoratori, chiedono al Governo di obbligare l’Eni a intervenire perché, dicono, ‘la chimica italiana non deve morire’.
I responsabili del maggiore partito del Governo nazionale, anziché alimentare polemiche, dovrebbero cercare di risvegliare la maggioranza su che fine sta facendo la chimica nella politica italiana, soprattutto considerando il fatto che la prima a fare un passo indietro è proprio l’Eni controllata dal Tesoro. Quanto a Brindisi la situazione è attentamente monitorata dalla Regione e non certo da ora. Ci sono già stati numerosi incontri con i tecnici di Basell per verificare le prospettive di un irrobustimento del sito. Perché nonostante il Governo, in Puglia, per quelle che sono le possibilità di azione attribuite ad una Regione, si fanno politiche industriali e di attrazione degli investimenti, anche di Basell.
A proposito invece della mia visita a Terni, io sarò a fianco dei lavoratori dell’Umbria, della Sardegna e di ogni altro territorio dove si sta compiendo il tragico paradigma della dismissione e della cassa integrazione e non mancherò di ricordare che tutto ciò si compie non per ‘destino cinico e baro’ ma perché chi dovrebbe contrastare la crisi la esorcizza con il silenzio e non compie nessun atto concreto.
Nichi Vendola
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/post-di-nichi-brindisi-e-la-vertenza-basell
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