mar 11 2010

Democrazia sindacale e art. 18: due facce di una stessa lotta

Category: Rassegna stampa,Sinistra Ecologia e LibertàSLSenigallia @ 22:44

In un bell’articolo comparso qualche giorno fa Luigi Ferrajoli si interrogava sul come mai “nessuno, né l’opposizione né i sindacati” si siano accorti del mostro giuridico che il Senato ha partorito in quarta lettura, dopo una lunghissima gestazione iniziata addirittura nell’autunno del 2008. Sarebbe troppo facile rispondere a questo quesito ricordando che la sinistra radicale è fuori dal parlamento.

Ma questo non ci assolverebbe del tutto e soprattutto non assolverebbe i sindacati, visto che non manca la possibilità di consultare per tempo gli atti parlamentari. La verità è più triste ed è tutta politica. Ancora una volta dobbiamo registrare che il tema del lavoro è la cenerentola degli argomenti di cui ci si occupa nel nostro paese e che la sinistra non solo non è immune da questa colpa, ma ne è addirittura corresponsabile. Non c’è quindi da stupirsi se il problema sia stato sollevato per merito di un gruppo di giuristi democratici e solo tempo dopo, a cose ormai fatte, ripreso dalla grande stampa, mentre il dibattito del congresso Cgil ne è stato solo sfiorato e solo marginalmente. Così anche la piattaforma dello sciopero del 12 marzo, che vogliamo sostenere con tutte le nostre forze,  e che tocca argomenti fondamentali quali l’occupazione, la riforma fiscale, la difesa dei diritti dei migranti, non fa cenno alla nuova legge.

Quest’ultima è una vera discarica di scorie destinate a produrre ulteriori guasti sociali. In sintesi si tratta dell’ultimo, ma solo in ordine di tempo, atto del governo lungo la strada che cerca di demolire il diritto del lavoro derubricandolo al livello del diritto commerciale, come se il datore di lavoro e il lavoratore potessero essere messi sullo stesso piano. Il che non è nella realtà e in base alla nostra Costituzione. Per questa ragione la nuova legge inanella una serie di norme di chiara incostituzionalità. Gli articoli e i commi sono come al solito numerosissimi e toccano argomenti diversissimi tra loro. Conviene allora concentrare l’attenzione sul nocciolo che è poi ciò che finora è passato inosservato.

Nell’articolo 31 viene deciso di “devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”. In sostanza si priva il lavoratore di potere ricorrere al giudice del lavoro, in luogo del quale agisce un arbitro che può decidere sulle controversie, come si suol dire, “secondo equità” , ovvero al di fuori di leggi e contratti. Tale scelta deve avvenire all’atto stesso della costituzione del rapporto di lavoro, precisamente quando il lavoratore si trova nella posizione più debole, in sostanza più ricattabile. Chi potrebbe opporsi se il prezzo da pagare è la perdita del contratto di lavoro? Naturalmente la legge prevede che le parti sociali debbano normare la materia, tramite contratti o accordi interconfederali, entro 12 mesi, in assenza della quale scatterà il decreto del Ministero del Lavoro.

In altre parole il diritto del lavoro, che prevede anche i processi, che come sappiamo Berlusconi odia in tutte le loro forme, è condannato a morte con o senza la collaborazione sindacale. Ma vi è di peggio. Laddove l’intervento del giudice è possibile, il suo operato è vincolato dalle certificazioni del contratto di lavoro introdotte con il decreto legislativo 276, applicativo della famigerata legge 30  per regolare i contratti di lavoro atipici, cioè precari.

Le norme qui ricordate sono in aperto contrasto con l’articolo 24 della Costituzione, poiché privano  il lavoratore della garanzia giurisdizionale e al contempo vincolano l’operato del giudice, anziché alla applicazione della legge, a quanto deciso dalle commissioni di certificazione. Ecco perché siamo di fronte a un nuovo attacco all’articolo 18 dello statuto dei diritti del lavoratore, più subdolo, ma ancora più devastante di quello che respingemmo a suo tempo.

Non solo, ma in questo modo si fa avanzare un altro esplicito disegno governativo e confindustriale: quello di abbattere il contratto collettivo di lavoro e di sostituirlo con contratti individuali, tramite il grimaldello delle certificazioni.

Mi pare chiaro che non si possa aspettare che questo mostro giuridico si riproduca. L’opposizione deve cominciare da subito, fino a costruire un referendum abrogativo in materia. L’altra arma per sconfiggere l’impalcatura della legge è portare avanti la proposta di una normativa sulla democrazia sindacale che comprenda anche il pronunciamento referendario dei lavoratori sugli accordi. Se ciò avvenisse il sistema delle certificazioni, la logica all’individualizzazione del rapporto di lavoro, non potrebbe reggere. Per questo il no alla nuova legge e il sì a una vera democrazia sindacale sono due aspetti di un’unica battaglia.

Ah, dimenticavo. L’ultimo articolo contiene un altro mostricciatolo. Si tratta di una norma ad aziendam, nella fattispecie riferita all’Atesia, famoso call center di Roma. Si prevede infatti che anche di fronte alla disposizione del giudice, ma prima che la sentenza passi in giudicato, sia sempre possibile sanare le vertenze con la modica spesa di un massimo di sei mesi di retribuzione, in cambio della rinuncia del lavoratore al posto di lavoro.

Alfonso Gianni

Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/democrazia-sindacale-e-art-18-due-facce-di-una-stessa-lotta

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