Tra le mille vertenze che stanno attraversando il nostro paese in questi ultimi mesi c’è n’è una, anche se non troppo conosciuta, che interroga per sue caratteristiche, una forza politica in costruzione come Sinistra Ecologia e Libertà.
La vertenza in questione è quella che vede impegnate le restauratrici e restauratori italiani contro il Ministero dei Beni Culturali. Più di 20 mila operatori, altamente qualificati e professionalizzati.Per l’80% donne. Età media 32 anni.
Al centro della lotta di queste lavoratrici troviamo un decreto del Ministero che fissa le nuove direttive per ottenere, attraverso una prova d’idoneità, il titolo definitivo per potersi iscrivere all’apposito elenco con la qualifica di restauratore.
Ma perché questa lotta interroga una forza politica come SeL?
Ne parliamo con Livia Potolicchio, Segretaria Nazionale della Fillea CGIL e responsabile nazionale del settore, ma soprattutto ex restauratrice con 15 anni di precariato nel settore alle spalle.
Per iniziare perchè il mondo del restauro è in lotta?
Provo a spiegarlo nel modo più semplice possibile. I restauratori “ufficiali” riconosciuti dal Ministero per i beni e le attività culturali sono coloro usciti dalle uniche due scuole di alta formazione italiane: l’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro di Roma e l’Opificio delle pietre dure di Firenze che sfornano meno di trenta diplomati all’anno.
Ci faccia capire. Per conservare l’enorme patrimonio artistico e culturale del nostro paese è sufficiente formare solo 30 persone l’anno?
Direi proprio di no. Ma le dirò di più, dal 1946 ad oggi sono stati meno di mille i restauratori usciti da queste due scuole. E‘ evidente che con questi numeri sarebbe stato impossibile conservare anche solo il patrimonio culturale di una regione come la Toscana, figuriamoci poi seguire le numerose missioni all’estero che l’Italia, attraverso i suoi istituti, ha presenziato. I numeri di coloro che invece oggi hanno il compito di mettere le loro preziose mani sulle nostre opere, e che si sono formati attraverso scuole regionali o affini, sono stimati in oltre 20 mila unità.
E cominciano a farsi sentire. Lo scorso 12 dicembre c’è stata la manifestazione nazionale del settore come è andata? Cosa avete ottenuto?
Si in effetti è stato il primo “sciopero” nazionale del settore. Anche se parlare di sciopero per lavoratori che nella stragrande maggioranza dei casi non sono contrattualizzati e lavorano spesso in nero o al massimo a partita Iva, diventa difficile. Quando 7 anni fa ho iniziato a seguire questo settore sembrava una missione impossibile ed invece lo scorso 12 dicembre quasi 2 mila lavoratrici e lavoratori hanno manifestato in Piazza Santi Apostoli. Per capirci, visti i numeri ridotti del settore, questa cifra corrisponde ne più ne meno ad uno sciopero generale con un milione di lavoratori in piazza. Una piccola vittoria è stata in effetti portata a casa. Il termine per iscriversi alla prova di idoneità e per presentare la documentazione richiesta dal ministero è stato posticipato e, in questi giorni, è in discussione al Parlamento l’emendamento approvato in Senato, in sede di conversione del decreto “mille proroghe”, che estende fino la 31 luglio 2009 la data ultima utile a documentare l’attività pregressa di restauro, requisito necessario per accedere alla prova di idoneità finalizzata al conseguimento della qualifica di restauratore..
Perché parla di piccola vittoria? Cosa chiedete?
Sebbene questo rappresenti un allargamento e recuperi anni di attività sostanziali per la qualifica,
non si può certo considerare conclusa la questione. Ci auguriamo quindi che in quella sede le questioni da noi rappresentate e che sono rimaste aperte e ancora non risolte vengano fatte emergere.
Infatti rimangono aperti elementi fondamentali per la tutela di chi ha lavorato non come titolare d’impresa, per il riconoscimento dei ruoli svolti e ancora il tema della tipologia di documentazione richiesta dal DM 53 del 2009 così come sulla corretta interpretazione del concetto di responsabilità diretta nella gestione tecnica dell’intervento.
Non mettiamo in discussione la prova d’esame in sé. Gli operatori, ancorché molti di loro, che ad esempio hanno partecipato al recupero degli affreschi e delle volte della Basilica Superiore di San Francesco in Assisi a seguito del drammatico terremoto del 1997, si sentano mortificati dal dover dimostrare la loro professionalità, sono disponibili a sottoporsi alla prova d’idoneità. Quello che è inaccettabile è la documentazione che il Ministro Bondi richiede a questi lavoratori per partecipare all’esame. Tra questi il certificato di regolare esecuzione dell’intervento di restauro che dovrebbe dimostrare la responsabilità diretta nella gestione tecnica dell’intervento. E soprattutto il fatto che questa documentazione deve essere antecedente al 2000 e dunque di fatto impossibile da recuperare per molti lavoratori, non solo perché nel frattempo molte di queste aziende sono fallite o hanno cambiato denominazione, ma soprattutto per il fatto che la redazione dei certificati di buon esito può ritenersi consolidata soltanto alla fine degli anni ’90 e dunque è assurdo pretenderla, come documentazione in possesso dei lavoratori, per il periodo precedentemente.
Ma che tipo di contratto applicano le aziende ai restauratori?
Quello che costa meno. E’ una provocazione che rispecchia però la realtà. Dal punto di vista contrattuale il comparto è un’autentica jungla, segnata dall’elusione sistematica dell’applicazione dei CCNL ; dall’utilizzo di contratti a progetto e di P. IVA, che nascondono, sotto forma autonoma, rapporti di lavoro subordinato; dal mancato riconoscimento professionale; dalla precarietà, lo sfruttamento e la forte ricattabilità; dalla mancanza di ammortizzatori sociali per gli operatori (per la maggioranza donne, il 70% dei lavoratori). Nei casi più fortunato sono sotto inquadrati ma oltre il 50% ha contratti che seguono la deregulation del mercato del lavoro che, come abbiamo visto, non offre possibilità di crescita.
Potolicchio perché questa vertenza è importante per una forza come Sinistra Ecologia e Libertà?
Sono vicina al percorso di costruzione del soggetto in atto ma credo che SeL debba ancora far un salto culturale nelle analisi sul mondo del lavoro, dei lavori e dei lavoratori. Per troppi anni la Sinistra si è concentrata solo sulla fabbrica. E sui suoi lavoratori. Che avevano caratteristiche quasi determinate: metalmeccanico, tendenzialmente uomo, iscritto Fiom, comunista. Oggi è tutto molto più complesso.
Se è vero che in termini assoluti a livello globale con l’ingresso nei mercati di India e Cina il numero degli operai e dei lavoratori materiali aumenta è anche vero in quelli “cosiddetti sviluppati” il ruolo dei lavoratori immateriali ha sempre maggiore peso. Non deve esserci contraddizione tra questi mondi. Il capitale come previsto da Marx avrebbe trasformato il giurista il prete, il poeta e l’uomo di scienza in salariati da lui dipendenti. Questa vertenza parla in particolare a SeL anche perché dal momento che tratta di un settore che può creare enorme ricchezza per il nostro Paese allude ad un possibile modello di sviluppo alternativo. Che crei non un solo tipo di ricchezza ma diversi tipi di ricchezza.
Penso ad esempio al possibile incremento del turismo legato alla valorizzazione del nostro Patrimonio artistico, che si misurerebbe attraverso il Pil ma penso anche alla crescita e alla ricchezza culturale che possiamo trasmettere ai nostri figli attraverso la tutela di un bene comune come le nostre opere d’arte e che in questo caso non è misurabile attraverso questo parametro esclusivamente “consumistico”.
Ma è vero che Marx individuò nella classe operaia il motore del cambiamento e della trasformazione della società.
Se vogliamo restare su questo piano dobbiamo ricordarci dell’Europa in quegli anni.
A fronte di circa 180 milioni di abitanti si contavano 160 milioni di contadini circa 15 milioni di artigiani e solo 1 milione e mezzo di operai.
Sarebbe stato facile per Marx individuare nella classe più sfruttata e più numerosa il motore del cambiamento. Invece la sua attenzione si concentrò su quella piccola parte che erano gli operai.
Oggi la sinistra deve individuare i nuovi operai. Che ripeto penso siano sia coloro che svolgono lavoro prettamente operaio sia i nuovi sfruttati dei call center, dell’informazione, del mondo della ricerca e della cultura. Non è un caso che due delle battaglie simbolo dello scorso anno siano state la Innse e l’Ispra. Operai nel primo caso, ricercatori nel secondo.
Insomma volete salire sui tetti anche voi?
No. Per ora partecipiamo al tavolo di confronto che il Ministro Bondi ha dovuto riaprire a seguito della nostra mobilitazione fatta in modo unitaria con Filca Cisl e Feneal Uil. In secondo luogo consegneremo una raccolta firme al Presidente Napolitano per sensibilizzarlo sui problemi dei lavoratori del mondo del restauro. Dopo vedremo come procedere. Magari anche con l’appoggio delle forze politiche d’opposizione. Siano esse dentro che, come nel caso di Sel, fuori dal Parlamento.
di Fabio Bonanno
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/restauratori-in-lotta
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