Che occorra partire dagli uomini e dalla loro sessualità, dal loro modo di intendere, vivere, rappresentare le relazioni tra i sessi oggi, mettendo in luce che la violenza contro le donne è una questione, in prima battuta e soprattutto, maschile, “parla” degli uomini e “nasconde” gli uomini, senza marchi di appartenenza etnica né gradi di cultura né condizione sociale né legami parentali e quant’altro; che di questo si tratti e che questo interroghi tutti gli uomini e non solo stupratori e violentatori, non solo uomini di altri mondi ma soprattutto del “nostro” mondo, tutto questo e altro ancora – in particolare il “che cosa” si può fare – sono in pochi ancora ad averlo veramente capito e, soprattutto, a volerci fare seriamente i conti. Ma ci sono, quelli così, e sabato 21 novembre, a Roma, nello scenario di piazza Farnese tra le più belle della capitale, gli esponenti di “Maschile plurale”, uomini “riflessivi” alle prese con la propria “differenza”, hanno alzato un grande palco e creato un luogo pubblico per parlarne coram populo. Con suoni di sassofono e percussioni, discorsi, riflessioni ad alta voce e coraggio civile, davanti a un pubblico per lo più femminile – femminista – ma non solo, e troppi poliziotti e carabinieri a fare da cornice, mandati là non si sa bene in base a quale idea dell’ordine pubblico, quegli uomini hanno dato inizio a una pratica di presa di parola fuori dai tradizionali luoghi della loro riflessione, che potrà dare frutti positivi. Come tutto ciò che sposta l’approccio, il modo di rapportarsi alle cose, lo sguardo sul mondo. E qui ci sono ancora montagne da spostare: luoghi comuni, stereotipi e misoginie, cose vecchie come il mondo e nuovi inganni e depistaggi, costruiti ad arte per accompagnare e consolidare il mantra della sicurezza violata dall’”Altro”, del pericolo che viene da fuori. Di cui le donne sono vittime. Uso politico del corpo delle donne. C’è stato e continua a esserci un uso smodato e impudico di questo “grido d’allarme”, che associa in automatico e presa diretta la violenza contro le donne allo straniero che varca i sacri confini; un uso che mette sotto i riflettori il rom o il rumeno che delinque contro le donne e discretamente li spegne, quei riflettori, quando a delinquere sono i “connazionali”, i parenti prossimi gli amici cari i colleghi di lavoro della vittima. La maggior parte dei casi. Come è noto anche alle pietre.
Il 25 novembre è una giornata “dedicata” alle donne maltrattate, violentate e stuprate, uccise.
Soprattutto in una giornata ingannevole come questa, oltre che sempre, come hanno fatto gli amici di “Maschile Plurale”, dovrebbero essere soprattutto gli uomini a occuparsi dei lati inquietanti delle relazioni tra i sessi. Non se ne esce altrimenti. Infatti, altrimenti, a che serve una giornata così se non a offrire alla parte maschile della società l’ennesimo alibi che qualcosa si fa quando in realtà non si fa nulla?
Modalità e forme della violenza contro le donne possono essere, oggi, soprattutto quelle della contemporaneità violenta, delle depravazioni metropolitane e dei deliri di potenza di maschi in crisi di identità, ruolo, senso di sé. Ma le radici, oggi come ieri, sono sempre quelle immemori e ancestrali, incistate in un’antropologia delle relazioni tra i sessi che, nelle dominanti pratiche relazionali, economico-sociali, giuridiche e simboliche, costruite e presidiate nei secoli dagli uomini, si è nutrita dell’idea della donna come preda del maschio e del suo corpo come oggetto della libido maschile. Donne costrette e essere a disposizione dell’altro sesso – nelle forme molteplici in cui questo è storicamente avvenuto – perché gli uomini si sono impadroniti della parola che fa ordine, della forza che lo impone, delle risorse che lo perpetuano. Ma nulla gli uomini hanno potuto fare per strappare alle donne il primato della procreazione, la forza inquietante di quel mettere al mondo le discendenze del mondo. Un forza misteriosa che li ha da sempre sbarellati e per questo essi odiano le donne o le amano al punto di ucciderle, o le sottomettono, le perseguitano. Le stuprano e le seviziano. Oppure le hanno tenute “a latere”, ne hanno privatizzato corpo e mente. E poi, nella storia del nostro tempo, le hanno doppiamente temute quando questo ordine è saltato perché le donne lo hanno fatto saltare e all’odio ancestrale si è unito l’odio contro la preda che ha messo in discussione e ha fatto saltare i canoni e i dispostivi del potere maschile, mettendo in crisi l’identità maschile costruita sulla logica di quell’ordine. Nascono allora le forme nuove della violenza contro le donne. L’uso nuovo di quella violenza ai fini più diversi, escluso quello di fare i conti con le cose cambiate e cambiare le cose che ancora duramente ostacolano il processo di civilizzazione delle relazioni tra i sessi.. La storia sociale e l’esperienza delle donne, concreta e quotidiana, la parola e la riflessione femminile, il coraggio delle donne che, a partire da sé, dai propri sentimenti e dalle proprie vite, non di rado dalla violenza subita, hanno fatto, in Italia e altrove, del campo della violenza sessuale un terreno di indagine, elaborazione, messa a punto giuridica, rompendo in radice ogni tipo di tipicizzazione dello stupratore: oggi tutto questo è un patrimonio di saperi ed esperienza da cui partire o da tenere ben presente. Che dovrebbe interessare gli uomini. Gli altri. Che sono molti per fortuna. Ma sempre troppo silenziosi o assenti. Oppure in cattedra a impartire ammonimenti e lezioni sul pericolo che gli “altri”, quelli di altri mondi, rappresentano. O no?
Fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/uomini-che-odiano-le-donne-e-gli-altri
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